domenica, febbraio 11

Il mistero dell’isola nera. Terza puntata

L’antica sapienza

Dopo essere rientrato tutto trafelato in albergo mi presi del tempo per riflettere su questa notizia. Dunque, il dottor Fox, il figlio dell’alienista dell’Isola, il sodale dell’Ingegner Brunel, era tornato a Weston Super Mare. Ero immerso nei miei pensieri, osservando strani giochi di luce provenire dall’edificio principale dell’isola di Knightstone, dall’altra parte della baia, quando un cameriere bussò alla porta, porgendomi una missiva a me indirizzata che era giunta nel pomeriggio. Il mio cuore ebbe un sussulto alla notizia che il mio carissimo amico Benedetto Croce, un piccoletto dalla vivida intelligenza e dal coltello facile, stava per raggiungermi in Inghilterra. Anzi, sarebbe arrivato alla stazione di Weston l’indomani al più tardi.
Non posso dire che trascorsi una notte quieta. Nel sonno, agitato da sogni strani, mi parve più volte di svegliarmi di soprassalto e di trovarmi davanti al brutto muso del tatuato oppure a quello, ancora più orrendo, del nanerottolo barbuto dai tratti scimmieschi. E poi, tra un breve frammento di sonno e l’altro, in sogno mi apparve il volto del dottor Fox, che immaginavo essere un vegliardo dall’aria pachidermica e dai grandi favoriti bianchi. Vestito con un sudicio camice da medico, mi veniva incontro brandendo un bisturi tutto ruggine, dalle dimensioni di una specie di spadone medievale. Poi, senza rendermene conto, scivolai in un sonno più tranquillo che mi portò alle prime luci del mattino.
La mattina trascorse tranquilla nel fumoir dell’albergo, con un buon toscano tra i denti e una copia della Cabala Rivelata appoggiata sulle ginocchia. Il volume, nonostante avesse appena un paio d’anni di vita, aveva già la copertina consunta. Macchie di umidità e profondi tagli sfregiavano la pelle nera della copertina, come se il libro fosse già passato per chissà quante mani. E non doveva trattarsi di mani raccomandabili! In realtà, il contenuto del tomo era dei più banali: un cumulo di corbellerie e di sciocchezze. Si trattava invero di una silloge di testi tratti dalle opere di Knorr von Rosenroth, che Mathers aveva raccolto come se si trattasse di un’opera nuova. Da quel che sapevo, Mathers aveva avuto l’occasione di trascorrere buona parte del suo soggiorno parigino, oltre che nell’alcova della signorina Bergson, a compulsare in modo ossessivo i volumi più segreti della biblioteca dell’Arsenale di Parigi. Un luogo che conoscevo bene.

Ogni ragazzo che voglia farsi un nome nel campo del sapere deve trascorrere almeno un paio d’anni a Parigi. I miei ventiquattro mesi passarono tra bisbocce, bevute d’assenzio, incontri galanti e studio. Spesso la mia curiosità insaziabile per i saperi più nascosti veniva placata da una rapida visita al quartiere della Bastiglia e a quella che un tempo era la residenza dei Gran maestri dell’Artiglieria: la biblioteca dell’Arsenale, appunto. Fu in quelle venerande e sfarzose sale che mi imbattei per la prima volta nei libri di Knorr von Rosenroth e nelle sue erudite discese nel pozzo dell’antica sapienza ebraica. La sua traduzione dello Zohar, il libro dello splendore, fu per lunghi anni l’unico accesso per il mondo dei gentili ai segreti della magia cabalistica dei tempi di Salomone.

Sfogliando il libro di Mathers nell’alberghetto di Weston, mi resi conto che una specie di vortice mi stava trascinando verso un centro di sapere segreto. E se una cosa poteva consolarmi del senso di vertigine era la consapevolezza di poter compiere la mia discesa in compagnia di un uomo che per sapienza, acutezza e audacia aveva pochi rivali: Benedetto Croce, appunto.
Fu perciò con un soprassalto di felicità che corsi incontro all’amico, quando lo andai a prendere alla stazione ferroviaria. Lo abbracciai, chinandomi leggermente per via della sua bassa statura. Dalla tasca del panciotto spuntava un manico di madreperla. Lo guardai fingendomi stupito: “Vedo che non ti separi proprio mai dalla tua navaja!”
Benedetto mi guardò di sottecchi, ridendo appena sotto i baffetti neri e sottili. “Caro amico, questa è la mia assicurazione sulla vita …” E dicendolo diede un colpetto al manico del coltellaccio a serramanico. In cuor mio ebbi un brivido, perché sapevo bene quante volte quella lama aveva saggiato la carne dei rivali della famiglia di Bertrando Spaventa – zio di Benedetto – nella guerra che oppose, qualche tempo fa, gli hegeliani del clan Spaventa ai feroci seguaci di Gioberti…
(3 – continua)
11.02.1890

0 commenti: