Ravachol: l'ultimo tanghero a Parigi

Cari Lettori, come ben sapete nella giornata del 30 marzo scorso in quel di Parigi venne arrestato, grazie ad una soffiata, il pericolosissimo anarchico François Koenigstein in arte Ravachol. Secondo disposizioni del Quai de Orfevres, per la garantire la sicurezza dei protagonisti della vicenda, è stata vietata la pubblicazione di notizie relative alle circostanze dell'arresto ma siamo sicuri che non violeremmo il principio della precauzione se dichiariamo pubblicamente che le autorità parigine farebbero del bene concedendo al proprietario del ristorante Very al 24 di Boulevard de Magenta la giusta gratitudine e, perchè no, un premio in denaro. Seguiamo ora con la pubblicazione, in collaborazione con la Gazzetta Piemontese e del suo inviato a Parigi, delle sconcertanti dichiarazioni rilasciate da Ravachol durante la di lui confessione.
Il terribile anarchico nella intimità della vita
Una volta arrestato, il terribile anarchico che ha da solo fatta tremare tutta Parigi s'è visto perduto. E lo ha detto subito. Tuttavia ha voluto farsi pregare un altro pochino prima di dire tutta la verità. Ieri sera, finalmente, molto sul tardi, si è deciso a confessare, e poiché c'era, considerato che tanto o tanto, anche senza la dinamite, oramai la sua testa era già in virtuale possesso della lunette di mastro Deibler, si è vuotato tutto.
— Ebbene sì, sono proprio io l'autore principale della salterella della via Clichy.....
E — a totale allargamento del. cuore del giudice istruttore Attalin che lo ascoltava — Ravachol narrò che Bealat, Gustavo Mathieu, Marietta Soubert e lui avevano commesso l'attentato del Boulevard SaintGermain servendosi di una marmitta carica di dinamite e di mitraglia. Disse di essere stato lui a collocare l'engin.
Quanto all'attentato della caserma Lobau, disse che fu commesso unicamente da Bastard (un altro anarchico che si trova già in mano della Polizia) e Gustavo Mathieu, i quali si servirono di una forma da gâteau in rame.
Infine confessò che l'attentato ultimo della via Clichy era dovuto unicamente a lui ed a Mathieu e che, qui ancora, chi era entrato a collocare la macchina infernale era stato lui, Ravachol. Come vedete, queste sono le cose che vi ho scritto all'indomani di un colloquio avuto con un pezzo grosso della Polizia.

Ma Ravachol ha detto dell'altro che vi riuscirà inedito. Ha detto anello che avrebbe fatto se non l'avessero così presto arrestato. Egli disse candidamente ad Attalin che il primo salto lo avrebbe fatto fare, e ben presto, a palazzo Borbone — questo ricovero di... sales tripoteurs, come pulitamente Ravachol qualificò i legislatori del popolo francese, — quindi avrebbe fatta fare la... grenouille a quel p.... d'un deputato Thomson, che ha avuto il coraggio di proporre una legge contro gli anarchici. E poi sarebbe probabilmente venuta la volta del Lussemburgo, di dove avrebbe d'un tratto spazzate via tutto le vielles barbes dei senatori E poi e poi se gli davano tempo, ci avrebbo pensato lui a rigenerare tutta la società attuale....
— Car je m'y suis voué moi! à la destruction des sales bourgeois... — avrebbe detto in tono di perorazione Ravachol. — E so ho ucciso, se ho assassinato è stato sempre per seguire la mia santa idea di sopprimere i gaudenti indegni a profitto dei paria.
— Ma intanto avete cominciato a rubare ed a rubare per voi?
— Ho rubato, sì, ma il denaro che ho guadagnato (sic) coi miei delitti l'ho in gran parte distribuito ai sofferenti ed il resto l'ho sacrificato alla mia causa. Io morrò pel mio partito come un martire, maledicendovi tutti o facendomi un solo augurio. Che le mio idee cosi da voi vigliaccamente strozzatemi (sic) siano riprese e continuate da altri di me più fortunati....

Così si esprime o così la pensa questo mostro. Ebbene sentito come di lui parla la Chaumartin, una delle arrestate, che fu rilasciata ieri in libertà perchè lo stesso Attalin si convinse ch'essa era una brava donna ed affatto innocente della complicità imputatale. È un mio amico e collega della Stampa parigina che ha potuto ieri avvicinarla qualclio minuto mentre attendeva la partenza della tranvia che doveva portarla dalla rue Taitbout a Saint-Denis, dove era ansiosa di recarsi per riabbracciare le sue figliuolette.
— Che volete che ve ne dica ? È stato preso. Ciò m'ha fatto assai pena, tanto più venendo a sapere ch'egli è ritenuto un sì gran malfattore. Ma credetemi che nell'intimità non era per nulla la bestia feroce che ora si rappresenta, Ravachol era dolce e rispettoso. Non mi ha mai detta una frase triviale, non mi ha mai mancato di rispetto. Esso adorava i bimbi; non poteva incontrarne uno per la via senza carezzarlo; le mie due piccine poi le aveva sempre sulle ginocchia.... Ed un uomo che ama i bimbi a quel modo, no, non può essere cattivo. Da noi, la sera, non parlava che di anarchia. E come si accalorava là dentro!.... Quanto a me non ci capivo nulla. Tuttavia lo sentivo sempre dire con tanta convinzione che un giorno tutti saremmo ricchi e che non vi sarebbero più stati di miserabili, che — quantunque tanto a me quanto a mio marito ciò paresse un po' difficile — finivamo per credere a sentire l'estrema convinzione che Ravachol ci metteva.
— E, dite, come andò l'affare del vostro confronto con lui?
— Ah! l'emozione di quel momento non la dimenticherò mai più. Non sapevo nemmeno del suo arresto. Me lo condussero improvvisamente innanzi. Mi lanciò uno sguardo supplicante Compresi subito che se parlavo l'avrei perduto e ho detto subito di no, che non lo conoscevo.

Circa il motivo del suo arresto la Chaumartin disse che la giustizia credeva fosse stata lei a portare la marmitta entro dazio.
— Ma dunque avete detto voi che era stata la Marietta?
— Ah questo poi no. Non ho tradito nessuno. Soltanto quando mi confrontarono con lei, lo dissi che ero madre, che avevo due figliuolette a casa che mi imploravano, la pregai di dire almeno che io ero innocente.... E la Marietta ha fatto di più, si è commossa tanto che disse chiaramente d'essere stata lei a portare la marmitta colla dinamite, e narrò tutti i particolari.
— E cosa narrò?
— Narrò per esempio che essa con Mathieu, Ravachol e con Bealat, il suo amante, avevano preso la tranvia da Saint-Denis alla rue Taitbout. Erano saliti sopra l'imperiale. La marmitta la teneva in mano lei, la Marietta. Avvicinandosi al dazio, un vicino le disse:
— Se voi avete li dentro qualcosa che non volete dichiarare al dazio, nascondetelo.
— Ho un pollo! — disse Marietta.
— Ebbene mettetevelo sotto la veste. Il dazio è già fin troppo ricco.
La grazia di quel pollo!....

La Gazzetta Piemontese, 5 aprile 1892

Traditor a cinque stelle!

Cari Lettori, sento il bisogno di confessarmi qui, ora, sulle pagine del Nostro Telegrafo: sono passati già più di vent'anni dall'audace breccia che i bersaglieri del 34° reggimento comandati dal povero Maggiore Pagliari aprirono a Porta Pia ma ancor non riesco ad abituarmi all'aere mefitica della palude romana, agli olezzi provenienti dalle stanze politiche dei palazzi governativi, agli intrighi fratricidi dei novelli Brutii e Cassii.
Bando alle metafore, cosa è successo il 17 febbraio scorso? Il governo di sua Ecc.za il marchese di Rudinì, che omaggiamo con un dagherrotipo, dopo aver posto alla votazione della Camera dei Deputati del Regno la Legge di politica finanziaria per l'anno corrente ottiene il voto di fiducia dell'emiciclo con il risultato di 261 voti favorevoli a fronte di 167 contrari. Ma, come quando il fuoco nel camino sembra spento e invece le braci covano ardenti sotto la cenere, nel Governo la soddisfazione per la votazione positiva ha solo nascosto le polemiche che divampavano al suo interno, aizzate da Luigi Pelloux, Generale a cinque stelle e Ministro della Guerra, che ha deciso di sbattere i piedi, non per mettersi sull'attenti, ma per protestare per i tagli agli armamenti come un bambinello minchione a cui è stato tolto il giocattolo preferito. Alle sciocche rimostranze del Pelloux infatti si sono subito attaccati i disfattisti, democratici e sediziosi della peggior specie. Sappiamo bene che chi tira le fila di questi tumulti interni alla maggioranza non è il pentastellato Pelloux, che come i pupi siciliani muove la spada su ordine altrui, e nemmeno il progressista Giolitti, che mostrando sfrontata ambizione cerca di tagliare i fili che lo comandano. Noi sappiamo bene che il puparo di questo vergognoso attacco alla figura senza macchia del Rudinì, alla politica del Governo del Regno e, ci permettiamo, anche direttamente a Sua Maestà, che al Presidente del Consiglio ha conferito l'incarico di Governo, risponde al nome di Francesco Crispi, grande vecchio della politica degli inganni e dei coltelli. Sappiamo bene quale sia il senno di questo omuncolo e l'odio che questo mazziniano della malora prova verso le istituzioni monarchiche tanto che porterebbe ben volentieri le casse dello Stato alla bancarotta pur di minare le fondamenta della nostra amata Italia e veder nascere dalle sue ceneri la fenice anarchica o peggio socialista.
Ah, se solo Emilio Caporali avesse scagliato più forte quel sasso qualche anno fa; forse avrebbe messo a tacere per sempre questa jattura dell'umanità o almeno avrebbe potuto fargli entrare un po' di sale in quella zucca pelata.
Ora il Governo è sul bordo di un altissimo precipizio e solo la maestria del marchese di Rudinì può evitare al paese di sfracellarsi sugli scogli della crisi politica. Siamo sicuri che ci riuscirà e che uscirà ben presto da questo cimento più forte che pria.
Per quanto riguarda i miei giudizi sulle disgrazie che hanno causato lo sconquasso che stiamo vivendo non mi pento di niuna parola e rimango a disposizione di qualsivoglia soddisfazione che i nominati vogliano richiedermi. Quando i pusillanimi si sentiranno in animo potranno contattare i miei padrini Saturnino Farandola e il Dottor Stampacchia, medico della Real Casa.

Mastro Ciliegia, 29 marzo 1892.

Un telegramma da Mister G.

Riceviamo e pubblichiamo un telegramma giunto in redazione lo scorso primo di marzo, proveniente da Nuova York e firmato solamente con la lettera G. Nessun dubbio cari Amici che questo comunicato sia da attribuire al grande Gandolin che, a discapito dei rischi che corre, vuole tenerVi informati, cari Lettori, sulla grande inchiesta di cui si sta occupando per amor di Verità e Giustizia. Pubblichiamo arricchendo lo scritto con un dagherrotipo arrivatoci via posta marittima raffigurante il Gandolin che si appresta a salire sul piroscafo che lo condurrà verso le lontane Americhe travestito da padre di famiglia.

28 febbraio 1892
Saluti dal vostro amico G. dalla città di Nuova York in America STOP
Essendo troppo pericoloso per me rimanere in Italia ho deciso di spostarmi spesso STOP
Grazie ad alcuni amici massoni posso nascondermi qui per qualche mese STOP
Ultimo articolo pubblicato rimasto in sospeso su rivelazioni fattemi da Orfanik STOP
In particolare molto interessanti esperimenti su macchina a vapore di Charles Babbage STOP
Tutti progetti di Babbage sono rimasti in archivio di accademia reale a Londra STOP
Esemplari furono costruiti ma nessuno riusciva ad usare e vennero dimenticati STOP
In osteria Orfanik disse che anni prima matematica Ada Byron in Lovelace studiò progetti STOP
Lovelace ideò sistema di informazioni per operare con macchina analitica di Babbage STOP
Chiamò questo insieme di calcoli sistema operativo ma nessuno la prese sul serio STOP
Orfanik completamente ubriaco disse poco altro prima di svenire vomitando STOP
Nessuno conosce più ubicazione di documenti completi di Lovelace neanche Orfanik STOP
Inchiesta cominciata dopo attentato occorsomi in quel di Genova proseguita a Parigi STOP
Giunto in terra gallica per parlare con ambasciatore Luigi Manabrea Conte di Valdora STOP
Lovelace ebbe lunga corrispondenza con Conte Manabrea illustre scienziato italico STOP
Interivistato ambasciatore Manabrea ricorda Lovelace come procace bellezza britannica STOP 
Ossessionata da macchina di Babbage Lovelace scrisse in 1852 lettera molto strana STOP
Basandosi su scoperte fatte da J.P. Flourens ipotizzò sistema nervoso artificiale STOP
Idea era solo abbozzata ma disse che avrebbe lavorato in attesa di parere di Manabrea STOP
Appresa della prematura morte della Lovelace il Conte non si interessò più della cosa STOP
Nascosto nella lettera cedutami dal Conte dietro compenso scopersi messaggio celato STOP
Concatenando iniziali delle frasi si compose un cripitco motto che qui sotto riporto STOP
ORA ET SEMPRE VIVA IL VAPORE. VAI DA QUEL GOBBO DI HUGO STOP

Gandolin, Nuova York, 1 marzo 1892

Un pomeriggio di un giorno con gli ascari

Cari e affezionati amici Lettori, un saluto da Massaua. Spedisco queste righe dalla stazione cablografica del Comando Generale del Regio Esercito di stanza nella capitale della novella colonia italiana d’Eritrea e porgo, assieme ai miei, i saluti del Comandante Generale Kosteris Marchese di Mangiamedda. Sono giunto in questa esotica e antica terra per dare diretta tertimonianza a Voi Lettori, della missione di civilizzazione che i militari e i funzionari del Regno vi stanno compiendo tra mille perigli e privazioni. Il viaggio che mi ha portato fin qui, cominciato alcune settimane or sono nel porto di Genova, è risultato assai piacevole. Molto interessante è stato il passaggio del piroscafo su cui viaggiavo, il Prolasso, attraverso lo stretto canale artificiale che congiunge il Mediterraneo e il Mar Rosso tra Porto Said e il villaggio di Suez e che venne progettato dal nostro compatriota Ingegner Negrelli ma realizzato da una compagnia di mangiarane intorno agli anni ‘60.
Il porto di Massaua non ha ancora le capacità per ospitare agevolmente le grandi navi della Real Marina, sia quelle militari che quelle civili, ma i lavori di sistemazione svolti dalla ditta Egildo Catrama & Figli di Benevento procedono speditamente come si evince nel dagherrotipo soprastante. Le operazioni comportano lo sgombero di alcune centinaia di capanne indigene, il loro incenerimento e lo spianamento del terreno per procedere successivamente alla cementificazione dell’area. Ai comprensivi negri, che sono ben consapevoli di quanto sia piccolo il sacrificio loro richiesto per il bene di questa nuova colonia del Regno, vengono generosamente concesse delle spaziose tende in juta, con cui poter vivere comodamente all’aria aperta ai margini del deserto che circonda la capitale, e un montone.
I lavoratori italiani sono alloggiati nelle baracche attigue a quelle dei nostri militari all’interno della zona interdetta naturalmente a tutti gli indigeni tranne servitori e ascari. La vita è assai dura e la nostalgia per la patria si fa sentire spesso, così per combattere la malinconia i nostri compatrioti di ogni ordine e grado si dilettano ai giuochi di casa nostra con le carte e con i coltelli. La ciaramela è stata ufficialmente bandita dal Comando a causa di alcune risse scoppiate tra militari di varie regioni italiane in merito al la corretta maniera di chiamare il gioco. Per i pochi giorni in cui ho avuto l’onore di dividere la loro camerata non mi sono certo tirato indietro dal partecipare ai ludi della caserma. Debbo ammettere però che, per quanto ameni, i anche i giochi tradizionali risultano alla millesima ripetizione alquanto monotoni e dietro richiesta insistente dei miei compagni di branda ho proposto loro le regole di un nuovo gioco di cui avevo letto durante la navigazione che mi avea portato in Eritrea. Nell’ultima edizione di The Triangle, rivista della Associazione Giovanile Maschile Cristiana che l’amico Edoardo Mezzacapra mi spedisce mensilmente dall’America, ho letto alcune regole proposte da un insegnante, tale James Naismith, riguardante un gioco tra due squadre che debbono infilare una palla in un cesto appeso ad un albero e a cui è stato precedentemene tolto il fondo. Purtroppo, messo alle strette, non mi venne alla mente niente di meglio ed effettivamente, una volta spiegate le 13 regole del Professor Naismith solo una manciata di connazionali volle abbandonare il tavolo del tresette per giocare una partita e tra essi ricordo con riconoscenza il sottotenente Domoteo Meneghin, il caporal maggiore Ciromenotti Marzorati, il brigadiere del genio militare Pancrazio Gallinari e il telegrafista, un bosniaco di nome Dalipagic.
Non essendo in numero sufficiente a disputare una partita regolamentare tra due squadre, i miei compagni ordinarono a cinque dei loro sottoposti ascari di giocare contro di noi. Dopo aver dato qualche delucidazione sulle regole anche a quei simpatici negri abbiamo iniziato una partita che si è subito dimostrata molto combattuta e caratterizzata da un approccio diverso delle due razze al gioco. Mentre noi cristiani, tenendoci a debita distanza dal canestro, bombardavamo da lontano con perizia da artigliere, gli africani, ben più prestanti, saltando come gazzelle depositavano la palla direttamente nel cesto della nostra squadra. Ad un certo punto gli ascari, avendo preso evidentemente mano per il giuoco, cominciarono ad avere il sopravvento esibendosi in curiosi virtuosismi come palleggiare la palla tra le gambe, passarsela tra loro guardando dall'altra parte e facendola roteare sulla punta di un dito senza farla cadere. Ad un certo punto uno di quei utilissimi negroni saltò così in alto e schiacciò la palla con tale forza nel cesto da mandarlo in mille pezzi e decretando per conseguenza la sconfitta della squadra africana per distruzione del materiale di gioco. Il caporale Meneghin inoltre comminò ai cinque ascari due giorni di corvè alle latrine della compagnia,al fine di smorzare quella baldanza eritrea che l’agonismo della partita stava portando alla luce. Al termine di quel pomeriggio così faticoso mi congedai dagli altri, declinando il loro invito a compiere qualche altro tiro all’unico cesto rimasto integro; in realtà non ebbi il coraggio di confessare loro di trovare quel giuoco assai infantile e monotono e senza nessuna attrattiva che possa spingere chicchessia a volerlo praticare con costanza o di preferirlo ad attività ben più entusiasmanti come il tamburello, il fiolet e la ruzzola.
Oh amata Patria quanto mi manchi!

Mastro Ciliegia, Massaua, 12 febbraio 1892.

Delle feste da leoni!

Carissimi Lettori Buon 1892!
Anche quest'anno, come di consueto passate le festività natalizie, il Telegrafo a Vapore riapre i battenti. Come sapete è ormai tradizione che il vostro fedele foglio chiuda i propri uffici e spenga le rotative durante il mese di dicembre e i primi dì di gennaio per dar modo a chi si professa credente nella Santa Romana Chiesa di dedicarsi durante quei giorni alla preghiera, ai precetti e alle opere organizzate dalle pie istituzioni cittadine e invece a chi ha in odio quella subdola congrega di baciapile di spassarsela magari sulle nevi del Monviso, similmente a quanto ha fatto il sottoscritto. Quest'anno, verso i primi di dicembre, mi ritrovai inaspettatamente invitato dal Dottor Stampacchia, medico della Real Casa, a passare le festività presso il di lui cascinale in quel di Pragelato, sulla strada del Monviso; non avendo impegni mondani di sorta accettai di buon grado. Assieme a noi vennero altre due penne note ai Lettori del Telegrafo, l'intramontabile Saturnino Farandola e il chiarissimo Professor Ermenegildo Maria Babbaleo.
I giorni passarono lieti in quell'ameno luogo, tra qualche scampagnata in montagna, grandi scorpacciate di selvaggina preparata alla cacciatora dal buon vecchio Giannino, servitore del Dottor Stampacchia nonchè custode della dimora e del podere durante tutto l'anno, e infinite partite a scopone, con grande dispiacere del Professor Babbaleo, maestro della Peppa Tencia.
Tanto ci trovavamo bene in compagnia, che il giorno di Natale non ci alzammo praticamente per tutta la giornata dalla tavola imbandita e solamente al tramonto ci spostammo dalla sala da pranzo al salottino dove, davanti al caminetto, cantammo i nostri inni preferiti e declamammo a turno le immortali poesie di Nunzio Pittocarro.
Putroppo non altrettanto bene andarono le cose il giorno o meglio la notte dell'ultimo dì dell'anno. Il Professor Babbaleo prima di inziare il cenone volle fare un brindisi speciale con un sciroppo di pigna distillato da lui medesimo. L'ultima immagine che emerge nei miei ricordi sono i calici alzati per il saluto al Re esclamato all'unisono prima di ingollare quell'intruglio viscoso. La mattina dopo mi risvegliai a Torino, sdraiato sul lettino delle visite dell'ambulatorio del Prof. Babbaleo, vestito di tutto punto. Riavutomi lentamente e spaesato cercai di capire dove mi trovassi e scopersi l'indistruttibile Farandola travestito da Brighella rannichiato e dormiente in un angolo di un ripostiglio con un catino in testa. Entrambi avevamo i capelli rasati completamente. Dopo aver appurato che i nostri compagni non si trovavano con noi in quel luogo ritornammo con una carrozza precipitevolissimevolmente a Pragelato, preoccupati del loro destino. Arrivammo solo in tarda sera e quando entrammo nel cascinale vi trovammo il Professor Babbaleo mezzo svenuto e piangente, impigliato in una ragnatela di spaghi talmente intricata che nemmeno un'aracnide mitologica avrebbe potuto tessere in tal guisa. Liberato il povero Professor Babbaleo, che si lamentava anche per la mancanza di un incisivo inferiore, ci mettemmo alla ricerca del nostro ospite Dottor Stampacchia. Le ricerche risultarono vane per diverse ore, riuscimmo solamente a ritrovare sul pendio innevato del monte Albergian il cadavere del buon vecchio Giannino, nudo, circondato da un olezzo di pigna cotta e con svariate ciaramele orribilmente infilate negli orifizi. Informammo i gendarmi della macabra scoperta e ci ritirammo verso il cascinale non potendo fornire loro alcuna informazione aggiuntiva per quella che comunque aveva tutta l'aria di essere una disgrazia della pazzia. Sconsolati per non aver rintracciato il nostro amico l'indomani ce ne tornammo angosciati a Torino. Come diceva il Venerabile Beda all'amico Petauro "dalla letizia al dolore la via è breve".
Fortunatamente gli affezionati Lettori non dovranno disperarsi per il destino del Dottor Stampacchia, medico della Real Casa; ier l'altro infatti è pervenuto in redazione un cablogramma da Parigi che ci ha tolto un gran peso dal cuore, annunciante il matrimonio dell'introvabile dottore con la bella Rosalina, figlia del povero Giannino, di cui il novello sposo ci invia un bel dagherrotipo alla moda parigina che pubblichiamo. Alla fine tutto è bene quel che finisce bene, l'anno che temevo si fosse aperto con una disgrazia si apre invece con i fiori d'arancio sulle note della marcia nuziale. Aguri Dottor Stampacchia, medico della Real Casa, e Signora! Figli Maschi e Buon 1892!

Mastro Ciliegia, 17 gennaio 1892.

Quando si dice morir dal ridere

Cari amici Lettori, poche cose a questo mondo mi rendono felice più delle esibizioni circensi. Non si tratta di infantilismo, come qualcheduno si premurerà di insinuare, innanzitutto perchè ho avuto il privilegio qualche anno fa di farmi esaminare e misurare la scatola cranica dal chiarissimo professor Lombroso. Il parere del valente ricercatore torinese è stato cristallino: non sono portatore di alcun segno di devianza o malvagità d’animo di sorta. Unico difetto, se vogliamo chiamarlo in tal modo, lo zigomo sinistro leggermente più accentuato rispetto al destro, indicante una certa tendenza all’ardore fisico nei confronti delle figure dominanti, ed a questo proposito debbo confessare che il ricordo della mia tata tedesca Frau Schnellinger che alza lo scudiscio sulle mie bianche natiche infantili, punendomi per aver deposto le deiezioni pomeridiane nell’androne del palazzo, mi provoca ancor’oggi un malizioso solletico lungo la spina dorsale.
Ritornando a bomba, tra i vari esilaranti esempi di spettacoli circensi a cui ebbi negli anni il piacere di assistere va senz’ombra di dubbio citato Il più grande spettacolo del mondo del purtroppo recentemente scomparso per infarto Phineas Taylor Barnum. Ricordo ancora le grasse risate che riempirono il tendone durante le esibizioni dell’elefante Jumbo, nativo del sudan francese, e del “grande” piccolo Commodoro Nutt coi suoi 36 pollici di statura.

Come sicuramente ben sapete entrambi questi campioni dell’ilarità sono spirati una decina d’anni or sono in situazioni molto diverse. Il buon Jumbo venne travolto da una locomotiva nel lontano Ontario, si dice per salvare un piccolo elefantino di nome Tom Thumb; un forte attacco di nefrite invece portò via il piccolo commodoro, sparito da un giorno all’altro con la stessa velocità con cui sgattaiolava tra le gambe delle ballerine. Sempre all’insegna dell’estremo divertimento furono anche le esibizioni del Wild West Show di William Frederick Cody in arte Buffalo Bill che si esibì con grande fortuna un paio d’anni fa anche nell'italico Regno durante una tournee europea. Quanta felicità provai nel vedere il famigerato Toro Seduto che, indovinate un po’, sedeva col suo calumet tra i suoi guerrieri. Il grande capo indiano cantò e ballò rallegrando tutto il pubblico. Che piacere ho nel ricordarlo oggi, ad un anno dalla sua dipartita nelle praterie celesti, ucciso da una pattuglia di polizia durante una rissa scoppiata nella riserva indiana in cui viveva.
Insomma, il circo in questi anni mi ha regalato gioie ogni qual volta ho avuto il piacere di recarmi in quei tendoni, scrigni di tesori del buon animo, e anche iersera la tradizione non si è spezzata. Tra i clown, le bestie, i saltimbanchi, i trapezisti, uno sopra a tutti ha esaltato la platea: il nano Bagonghi, stella del circo italico. Il Bagonghi, all’anagrafe Andrea Bernabè, mi ha divertito, mi ha emozionato e mi ha un pochino spaventato quando è atterrato male alla fine dell’ennesimo salto mortale. Un piccolo cric è uscito dalla sua erculea gambetta e il leggero dolore lo ha costretto ad interrompere la sua esibizione, con le lacrime agli occhi per la delusione di non poter salutare personalmente ogni uno dei suoi ammiratori. Sono sicuro che il nostro Bagonghi ora sta sorridendo al capitombolo e già domani tornerà a saltellare e far giravolte per noi amanti del circo, fanatici del più grande spettacolo del mondo che mai verrà soppiantato da alcun’altra forma di intrattenimento.

Mastro Ciliegia, 15 novembre 1891.